Quando si tratta di valutare il rischio di infarto, limitarsi a osservare solo il valore di colesterolo totale è un errore comune che può fornire un quadro fuorviante della salute cardiovascolare. Molte persone, di fronte ai risultati delle proprie analisi, pongono particolare attenzione solo al numero riportato accanto ai mg/dl del colesterolo totale, senza considerare come questo parametro entri in realtà in una valutazione ben più complessa del rischio cardiovascolare globale. In numerosi casi, anche soggetti con valori di colesterolo totale nella norma possono essere colpiti da infarto, mentre altri, con valori leggermente più alti, non presenteranno mai problemi cardiaci.
Colesterolo: quali sono davvero i valori da osservare?
Il colesterolo è una molecola lipidica fondamentale per il nostro organismo: serve per la produzione delle membrane cellulari, della vitamina D, degli ormoni steroidei e della bile. Tuttavia, un suo eccesso nel sangue può portare alla formazione di placche aterosclerotiche, che rappresentano uno dei principali fattori di rischio per infarto e ictus. Si parla di colesterolo totale “alto” o “ipercolesterolemia” quando si superano i 240 mg/dl, ma in realtà questo numero, preso da solo, ha valore limitato nella stima del vero rischio cardiovascolare.
I dati clinici dimostrano che circa il 50% delle persone colpite da infarto acuto presentava livelli di colesterolo totale nella media: ciò significa che il valore totale non può essere l’unico indicatore affidabile.
Per comprendere meglio la situazione, occorre distinguere:
- Colesterolo LDL: conosciuto come “colesterolo cattivo”, poiché tende a depositarsi nelle pareti delle arterie, favorendo la formazione delle placche aterosclerotiche.
- Colesterolo HDL: detto anche “colesterolo buono”, aiuta a rimuovere il colesterolo in eccesso trasportandolo verso il fegato, dove viene eliminato. Valori elevati di HDL sono considerati protettivi.
Il bilancio tra LDL e HDL è quindi molto più importante e informativo rispetto al semplice valore del colesterolo totale.
Il vero calcolo del rischio cardiovascolare: i fattori da considerare
La medicina moderna valuta ormai il rischio di malattie cardiovascolari attraverso algoritmi multifattoriali, che combinano diversi parametri clinici e anamnestici. Non basta il colesterolo: bisogna integrare informazioni su pressione arteriosa, età, sesso, abitudine al fumo, presenza di diabete, peso, uso di terapie antipertensive e, in particolare, la relazione tra colesterolo totale e HDL.
Strumenti come la score tabella rischio cardiovascolare utilizzano dati come:
- Valore di colesterolo totale
- Valore di colesterolo HDL
- Pressione arteriosa sistolica
- Età e sesso
- Abitudine al fumo
- Diabete mellito e altre condizioni
Ognuno di questi elementi contribuisce in maniera diversa al rischio finale. Ad esempio, un uomo fumatore di 60 anni con pressione alta e HDL basso avrà un rischio cardiovascolare nettamente superiore rispetto a una donna, non fumatrice, di 40 anni con valori di HDL elevati e pressione normale, anche se il colesterolo totale dovesse risultare simile tra i due soggetti.
Uno degli indici più utilizzati e semplici da calcolare è il rapporto colesterolo totale/HDL. Questo parametro è oggi riconosciuto come un predittore molto più affidabile di eventi cardiaci rispetto al colesterolo totale isolato: un valore inferiore a 5 negli uomini e a 4,5 nelle donne è generalmente considerato ottimale.
Perché non bisogna affidarsi solo al colesterolo totale?
La semplicità del valore totale nelle analisi mediche può trarre in inganno, portando molti a sottovalutare rischi importanti oppure a sovrastimare situazioni che invece non sono allarmanti. È ormai chiaro che il colesterolo totale non tiene conto della qualità delle frazioni lipidiche nel sangue, né della presenza concomitante di altri fattori aggravanti, come l’ipertensione, il diabete, il fumo di sigaretta o la storia familiare di malattie cardiovascolari.
Inoltre, numerosi studi clinici hanno rilevato che una parte significativa delle persone colpite da infarto aveva valori “nella norma”. Ciò significa che le strategie di prevenzione e trattamento devono essere personalizzate e basate su una valutazione complessiva dei rischi, non su singoli parametri. La stima del rischio globale tiene conto anche di fattori genetici, abitudini di vita e altre condizioni particolari.
Come interpretare correttamente le analisi e agire di conseguenza
Se hai effettuato esami del sangue e hai trovato valori di colesterolo totale leggermente alterati, il passo successivo non deve essere un allarme, ma un’analisi più approfondita: esamina i livelli di LDL e HDL, valuta la pressione arteriosa, il tuo peso, le abitudini alimentari, se fumi, se sei affetto da diabete o altre patologie croniche. Solo una visione d’insieme consente di comprendere il vero rischio di sviluppare malattie come l’infarto del miocardio.
Un consulto con uno specialista in cardiologia o con il proprio medico di medicina generale è sempre consigliato per interpretare correttamente le analisi e impostare un percorso di prevenzione personalizzato. Modificare i fattori di rischio accessibili (come dieta, attività fisica e fumo) può ridurre sensibilmente la probabilità di eventi cardiovascolari. In alcuni casi, una terapia farmacologica mirata può essere indicata per riportare i valori entro limiti di sicurezza, ma la decisione andrà sempre presa in una valutazione clinica globale.
In sintesi, la prevenzione cardiovascolare oggi si basa sulla consapevolezza che il rischio di infarto è il risultato dell’interazione tra molteplici fattori e non può essere determinato da un dato isolato. Guardare oltre il colesterolo totale, adottando una valutazione integrata, è la chiave per una vera protezione del cuore e una vita più lunga e sana.